L’incendio alla Cavallerizza è doloso, indagine per scoprire il responsabile

Devastato il tetto, nessun ferito. Dal 2014 l’edificio è in parte occupato dai centri sociali


TORINO. C’era nebbia bassa alle sette e pioggia leggera. «Noi eravamo arrivati da poco quando abbiamo sentito gente gridare e prendere a pugni la porta», raccontano all’Università. «Apri, apri, qui sta bruciando tutto, brucia tutto…», urlavano. E c’era fumo misto a nebbia. E gente che correva dentro i cortili di questo splendido edificio che è la Cavallerizza, memoria secentesca della città, di quando ancora c’erano i Savoia. E i palazzi lì attorno erano tutti residenze reali. Perché la Cavallerizza – patrimonio Unesco dal 1997- è in pieno centro. È un edificio enorme, con sei o sette corpi, monumento che racconta la storia della Torino monarchica. Tanti progetti, tante idee per il suo recupero, per renderla attrattiva. Quasi nessuna è decollata. E la Cavallerizza oggi è uno spazio semivuoto: da cinque anni ci sono laboratori di artigiani e di artisti. Ci sono stanze trasformate in residenze. E ci sono piani per una sua trasformazione. Se ne discute da anni. Nel frattempo ci sono stati altri roghi. Quello di ieri è il terzo.

Per fortuna le fiamme si sono fermate nella parte dei magazzini, la zona che quelli dell’Assemblea 1445 (che cerca di organizzare chi vive e lavora qui dentro) chiamano “Le Pagliare”. Un’area vuota, o quasi. Dove ci andava a dormire chi cerca un tetto sulla testa e trova i cancelli aperti. E la gente della zona protestava, firmava esposti alla polizia e in Procura: «Fate qualcosa la situazione sta peggiorando».

Ecco, il rogo è partito lì, in quella parte tirata su a mattoni rossi, dove ci sono quattro laboratori e un grosso locale vuoto. Anzi, no: pieno di macerie e rottami, latte di vernice da buttare, vecchie porte, listelli di legno. Il fuoco ha divorato il tetto. Ma non ce l’ha fatta ad allargarsi alle case de «Le Pagliare» e agli edifici più nobili. Non ha aggredito la parte dell’Università dove c’è un’aula magna, né i teatri. L’hanno fermato i pompieri arrivati in massa, perché la Cavalerizza è più che un simbolo per la città. È un pezzo della sua storia e magari, un giorno, anche del suo futuro.

Oggi è un posto dove trovi ragazzi di tutta Italia che provano a dare forma alle loro idee di arte e di creatività. Come questo architetto poco più che trentenne, rientrato in Italia dopo 5 anni a Valparaiso, in Cile, e uno studio con alcuni colleghi a due passi dal centro. Viene qui a creare nuove forme di urbanizzazione. Di spazi da inserire in città. Come i ragazzi arrivati da Napoli. O il dj di Genova. Nessuno è famoso, tutti hanno aspirazioni. La politica da anni protegge quest’esperienza: «La Cavallerizza non si tocca» dicevano. «Fa male vedere la Cavallerizza così», dice la sindaca Chiara Appendino. Chi sta dentro tira un sospiro di sollievo: «Non ci sgomberano». Chi sta fuori continua e protestare per il rumore, per le feste notturne, per «quei personaggi discutibili che vanno e vengono», e chiede di mandare via gli occupanti.
Per ora tutto resta com’è, congelato da un sequestro disposto dalla procura, che per gli esposti ha aperto un fascicolo già tanto tempo fa. La scorsa settimana ha mandato i tecnici e la polizia a staccare gli allacci abusivi proprio alle “Pagliare”: la corrente era presa direttamente dai pozzetti, senza autorizzazione. Gli elettricisti hanno tagliato i cavi e tolto i collegamenti volanti. Temevano il fuoco che c’è stato. E adesso sono tutti lì a chiedersi che cosa l’ha causato. «È doloso» insistono gli occupanti. Ma di chi è la mano che ha acceso le fiamme? «Boh». Di certo non è cortocircuito. Lì l’altra notte c’era qualcuno che dormiva. Vai a sapere che cosa ha combinato per fare ’sto disastro. Vai a sapere chi è stato. Per ora ipotesi è valida. Da domattina, chissà.

FONTE: La Stampa

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