E’ scomparso Fortnite (e in 17mila fissano il buco nero che l’ha inghiottito)

In questi anni digitali c’è qualcosa che abbiamo perduto: il senso della fine


Mentre vi scrivo circa 17 mila persone stanno guardando da ore su Twitter un buco nero. Magari fosse un buco nero reale. E’ il buco nero che a un certo punto contemporaneamente in tutto il mondo ha inghiottito Fortnite, forse il videogioco più popolare del momento.

Insomma 17mila persone sono lì che fissano un buco nero virtuale in attesa che succeda qualcosa. Che inizi l’undicesima stagione di Fortnite, l’isola dove si combattono battaglie reali con cento concorrenti per volta, ciascuno comodamente seduto nella propria abitazione.

Ma per ora c’è solo un buco nero. E mi rendo conto che ci sono cose più gravi di cui parlare, ma il fatto che ci fossero sei milioni di giocatori collegati quando un asteroide ha colpito l’isola di Fortnite innescando una spettacolare reazione a catena, fa riflettere. Fa riflettere sulla pervasività dei videogiochi, per esempio. Ma ancora di più sul fatto che in questi anni digitali c’è qualcosa che abbiamo perduto: il senso della fine. Non finisce più nulla. Non finisce il flusso delle notizie sul web, non finiscono gli aggiornamenti sui social, non finiscono le serie tv (anche quando sarebbe meglio finirla lì, dopo una splendida prima serie, come nel caso della Casa di Carta).

E non finiscono i film, che hanno sempre un due, un tre, un quattro, e quando proprio non si può andare avanti, si torna indietro, si raccontano gli antefatti, rendendo impossibile stare dietro alla cronologia: dove inizia e dove finisce la saga di Star Wars? E quella di Avengers? E perché Harry Potter, dopo ben otto splendide avventure, concluse con la morte di Voldemorth, è dovuto tornare in scena, a Broadway, nei goffi panni di un padre? Un anno fa il New York Times aveva calcolato che al box office dei film più visti, 17 su 20 sono sequel.

E’ scomparsa la fine delle storie, insomma. Per questo la vicenda di Fortnite è interessante: perché ci illude che una fine possa invece esserci. Lo dico perché invece questa sarà solo una felice trovata di marketing: la Epic Games non rinuncerà mai ai 30 milioni di dollari che incassa ogni mese dai giocatori.

Epperò con la fine delle storie qualcosa lo abbiamo perso tutti. La nostra capacità di riflettere sulle storie, di trovare un senso alla morte di un protagonista, e di provare a darlo in questo modo anche alle nostre vite. Come disse una volta Steve Jobs nel suo discorso più famoso: “La morte è la migliore invenzione della vita”.

FONTE: La Repubblica

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