Libia, la guerra di Khalifa Haftar per conquistare il consenso: Arabia Saudita ed Egitto dietro l’offensiva sul web

La ricerca “Information warfare in Libia: l’avanzata on-line di Khalifa Haftar” condotta dal Centro studi internazionali, in collaborazione con Cultur-e digital media, su un volume di 735mila contenuti, di cui il 73% in arabo.

Sei siti creato da uno sviluppatore egiziano e amministrati da un cittadino saudita hanno prodotto 15mila notizie copia-incolla in 15 giorni. Il messaggio: l’uomo forte della Cirenaica che ha attaccato Tripoli è il baluardo contro il terrorismo

C’è un altro fronte, oltre quello militare e diplomatico, della guerra in Libia: il fronte della propaganda. Tecnicamente si chiama InfoWarfare, nome che indica una serie di attività coordinate che mirano a spingere una determinata agenda. Siamo solo alle prime avvisaglie di un vero conflitto online, ma sembra che sia il generale Khalifa Haftar il più attivo. È anche l’attore che più di tutti cerca di conquistare il consenso, sia sul piano interno che internazionale. Non ci sono evidenze di una “fabbrica di troll” tesa a orientare l’opinione pubblica su Haftar, come accaduto ad esempio durante la campagna elettorale di Donald Trump. Resta tuttavia un fatto che nel mondo dell’informazione arabofono qualcuno spinga per far passare un messaggio: Khalifa Hafar è il baluardo contro il terrorismo.

È questo uno dei nodi della ricerca “Information warfare in Libia: l’avanzata on-line di Khalifa Haftar”, studio condotto dal Centro studi internazionali (Cesi), in collaborazione con Cultur-e digital media, su un volume di 735mila contenuti, di cui il 73% in arabo. Non mancano però i contenuti in inglese, francese e soprattutto italiano. Alcuni di questi contenuti, diffondono contenuti copia-incolla della guerra in Libia. “Non c’è ancora una pistola fumante, ma con questo report vogliamo dare un avvertimento di quello che sta maturando”, spiega Lorenzo Marinone, analista responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Cesi. L’ipotesi è che con il prosieguo dell’offensiva, anche la guerra informativa avanzerà, con un volume di contenuti che aumenterà molto probabilmente anche in italiano.

Nella nuvola delle parole più masticate in questa tempesta i contenuti online, spicca certamente Haftar, sia in caratteri latini che arabi, e poi la parola terrorismo. Importante è anche l’incidenza del termine “nazionale”, nome che si è attribuito l’esercito di Haftar. “In realtà non è l’esercito della Libia – puntualizza Marinone – ma enfatizzare questa parola contenuta nel suo nome potrebbe essere un elemento della campagna a suo favore”. È uno dei pilastri su cui si fonda il mito dell’uomo forte della Cirenaica, che si presenta come l’unico in grado di riunire la Libia, oggi di fatto frantumata.

Secondo la ricerca, il Paese dove si producono più contenuti sulla Libia è di gran lunga l’Arabia Saudita (34,1%) seguita da Stati Uniti (7,3%) e Libia (6,9%). L’Italia è quinta con il 4,9%. Non è un caso che di Riyad sia al primo posto: la monarchia è tra i primi sostenitori economici del generale Haftar. “Ci sono due universi distinti: uno in arabo, l’altro nelle altre lingue – continua Marinone -. Alcuni messaggi diffusi dai due universi sono coerenti, ma manca ancora un link chiaro per dire che appartengono senza dubbio ad una stessa campagna”. La guerra informatica non è mai lampo.

FONTE: Il Fatto Quotidiano

Posted in: Estero

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