Lega, lo sbarco nel Mezzogiorno tra i mal di pancia del Nord

Al Nord delle Alpi la chiamano, tra il serio e il faceto, «la terronizzazione della Lega». Ma è più di una battuta all’interno del Carroccio il fastidio per la strategia del Capitano di investire politicamente sul Sud.

Anche modificando quelle che sono le priorità strategiche del movimento nato nella Prima Repubblica per la liberazione del Nord dal resto d’Italia. Racconta uno storico dirigente di via Bellerio: «Qui il problema non è la secessione o la volontà di trasformarci in una forza nazionale, perché l’anima autonomista ben si concilia con un federalismo più spinto come quello chiesto da Lombardia e Veneto. Il problema è che per rincorrere i voti al Sud, da un lato, si stanno inseguendo politiche assistenzialistiche, come il reddito di cittadinanza impensabili nel nostro Dna e che ci allontano dalle imprese. Dall’altro, privi di radicamento come siamo nel Mezzogiorno, si sta imbarcando chiunque, senza che da via Bellerio – visti gli statuti locali – ci possa essere un controllo su questo processo».

In quest’ottica la cronaca ha offerto non pochi casi che hanno imbarazzato il Carroccio.

In Calabria ha fatto scandalo la denuncia di Report che il deputato Domenico Furgiuele sia suocero di un imprenditore condannato in via definitiva per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. In Sicilia sono indagati per voto di scambio esponenti come Alessandro Pagano e Angelo Attaguile, mentre in Puglia nel mirino della magistratura è finito il senatore Roberto Marti. In Campania è stato arrestato per droga il 53enne Bartolomeo Falco, che stava per essere nominato coordinatore del partito a Comiziano (Napoli). «Negli ultimi mesi – spiegano da via Bellerio – nel Mezzogiorno siamo stati inondati di richieste di entrare nella Lega. Per i semplici iscritti è più facile scremare: la tessera di militante arriva dopo un anno. Invece sugli amministratori locali già eletti in altri partiti decidono i dirigenti locali, che non hanno una struttura adeguata alle spalle per evitare personaggi che non hanno nulla a che fare con noi».

Ai suoi Matteo Salvini ha spesso spiegato che il Mezzogiorno, inteso come serbatoio di voti, è indispensabile nel suo disegno per arrivare a Palazzo Chigi. Alle scorse elezioni nazionali del 2018 la Lega ha conquistato sotto il Liri Garigliano il 5,6 per cento, dato che sale e sfiora l’8 se si considerano anche i risultati scaturiti dalle urne delle regioni più centrali come Abruzzo e Lazio. Ma questi consensi, sorprendenti se uno ricorda la storia recente della Lega, non sono stati sufficienti per strappare i collegi uninominali, andati quasi totalmente ai Cinquestelle. In vista delle prossime amministrative i sondaggi danno la Lega al Sud tra il 16 e il 20 per cento.

I maggiori dubbi su questo investimento politico verso il Sud arriverebbero dai governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia. Queste tensioni non si sono ancora tramutate in dichiarazioni ufficiali, ma come spiega dal Pirellone un esponente vicino al presidente lombardo, «qui c’è il timore che Salvini abbia frenato su questi dossier per non perdere consensi al Sud».

Con i sondaggi che danno il Carroccio una decina di punti sopra gli alleati-avversari grillini (le ultime rilevazioni parlano di una forchetta tra il 30 e il 33 per cento), nessuno ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto. Ma si aspettano soltanto le Europee per chiedere al Capitano un chiarimento sulla strategia da seguire. Infatti, dietro le quinte, a mormorare ci sarebbero esponenti vicino al nuovo corso come il segretario della Lega Lombarda, Paolo Grimoldi, o il candidato sindaco al Comune di Bergamo come Giacomo Stucchi. Ma i maggiori critici sono più facili da trovare tra tutti i pezzi del leghismo cresciuto con Umberto Bossi come l’ex governatore piemontese Roberto Cota o l’ex maroniano Gianni Fava, cioè gente che ha lasciato la politica attiva ma continua ad avere molta autorevolezza tra i militanti.

Accanto alle questioni più ideali ce ne sono di più pratiche e politiche. Al Sud le leghe che si stanno formando – 30mila iscritti e centinaia di amministratori – non rientrano formalmente nella «Lega Nord», ma nella «Lega per Salvini premier»: nei loro statuti tutti gli amministratori rispondono direttamente al Capitano, lasciando poco controllo al Consiglio federale. «Senza contare che in questi statuti locali si stanno sperimentando delle regole, che aumentano il peso del segretario nazionale e che Salvini, dopo le Europee, potrebbe introdurre nel nuovo statuto del partito che nascerà sulle ceneri della vecchia Lega».

FONTE: Il Mattino

Posted in: Politica

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