In due contro Netanyahu: in Israele le elezioni più incerte degli ultimi 10 anni

Nessuno, nella storia di Israele, è mai restato al potere così a lungo, senza interruzioni. Nemmeno David Ben Gurion, considerato il padre fondatore della patria.

Dopo quasi dieci anni consecutivi di governo del primo ministro conservatore, Benjamin Netanyahu, le prossime elezioni parlamentari in Israele, il 9 di aprile, potrebbero sancire l’affermazione di una nuova formazione politica.

Alla linea politica di Bibi, premier ininterrottamente dal 31 marzo 2009 (ma anche dal 1996 al 1999), oggi c’è una credibile alternativa rappresentata da un’inedita coalizione che spazia dal centro abbracciando elementi moderati della compagine laburista

La potenziale svolta è opera di due carismatici personaggi della vita politica e militare israeliana, scesi in campo per «responsabilità nei confronti della nazione». Il generale – da poco in pensione – Benny Gantz, 59 anni, leader del partito Israel Resilience (Resilienza per Israele), e l’ex giornalista Yair Lapid, ministro delle Finanze dal 2013 al 2014, 55 anni, leader e fondatore del partito Yesh Atid (C’è futuro), una formazione laica di centro creata nel 2012.

Sicuri di vincere, i due aspiranti premier si sono anche accordati su come governeranno insieme; si alterneranno come primo ministro per due anni e mezzo ciascuno, cominciando da Gantz, l’ex capo di stato maggiore considerato il più pericoloso avversario di Benjamin Netanyahu.

Alla loro coalizione si sono subito aggiunti due nomi “forti”: un altro ex capo di stato maggiore, Gabi Ashkenazi, e l’ex ministro della Difesa (2013-2016) Moshe Ya’alon. Due personaggi che rafforzano la credibilità della nuova alleanza anti-Netanyahu dal punto di vista della sicurezza nazionale. E questo, al di là di tutto, anche dell’economia, è l’argomento che fa ancora presa sugli elettori israeliani.
Sicuri di vincere, i due aspiranti leader hanno annunciato che presenteranno una lista comune per le elezioni

Corruzione e sicurezza: Netanyahu in difficoltà
Netanyahu è ancora forte, ma i presunti scandali e le numerose accuse di corruzione rivolte contro di lui stanno minando la sua popolarità.

Nello scenario peggiore, l’attuale premier rischia l’incriminazione per vari casi di corruzione prima ancora dell’elezione del 9 aprile. Gli avversari hanno da tempo annusato l’aria che tira in Israele. Aria di cambiamento. Così il ministro della Difesa, il falco Avigdor Lieberman, aveva annunciato lo scorso 14 novembre le proprie dimissioni, ritirando dal Governo i ministri del suo partito Yisrael Beiteinu. Senza i sei deputati di Lieberman, Netanyahu si è ritrovato con una maggioranza davvero risicata, un solo seggio in più. Un filo troppo sottile.

Ufficialmente Lieberman si era dimesso in segno di protesta nei confronti della linea troppo morbida adottata da Netanyahu verso Hamas. Una motivazione poco credibile. Se c’è un primo ministro israeliano che si è contraddistinto rispetto ai predecessori per il pugno di ferro contro il movimento islamico, padrone della Striscia di Gaza dal 2006, questo è proprio Netanyahu. La motivazione reale, secondo attenti osservatori israeliani, era un’altra: Liebermann voleva cavalcare l’insofferenza mostrata da una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana.

Ultra-nazionalisti religiosi: le “relazioni pericolose” di Bibi
Anziché provare a compattare un centro-destra ormai disorientato, la scelta di Netanuyahu è stata spingersi ancora più a destra: verso gli ultra-religiosi nazionalisti. Il Likud, il partito di maggioranza di Netanyahu, ha così annunciato di voler includere nella propria coalizione il partito Jewish Home, garantendogli due ministeri, se deciderà, come sembra aver fatto, di fondersi con il partito Jewish Power, il cui nome già evidenzia l’inquietante linea politica. Al suo interno militano ultra-nazionalisti religiosi che si sono definiti i successori del kahanismo, un movimento vietato dalla legge, che sognava di trasformare Israele in una teocrazia e predicava l’espulsione forzata dei palestinesi. In un periodo storico in cui il Medio Oriente è in fiamme, e Israele appare una felice isola di stabilità circondata da guerre e guerriglie, chi mette come priorità la sicurezza del Paese, e dimostra di aver un programma credibile in questa direzione, ha le carte in regola per riscuotere le simpatie di molti elettori.
Insomma, per divenire primo ministro in Israele occorre mostrare di essere un nemico tanto di Hamas quanto, anzi soprattutto, dell’Iran. Gantz non è certo una colomba. Non lo è mai stato. E non intende esserlo ora. Lui stesso difende l’idea di Gerusalemme capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele. Nel tentativo di minare la sua popolarità, diversi membri del Likud hanno cercato di toccare gli elettori sul loro punto più vulnerabile, dipingendo Gantz come un uomo di sinistra il cui governo dovrà dipendere dall’appoggio degli arabi.

Certo, se il procuratore generale Avihi Mandelblit chiederà il rinvio a giudizio del premier, le cose per Netenayhu potrebbero mettersi male. Ma è anche vero che buona parte dei suoi elettori considerano false le accuse di corruzione, nient’altro che una caccia alle streghe orchestrata dai “nemici laburisti”.

Un esito imprevedibile
Questa volta nessuno è in grado di prevedere come finiranno le prossime elezioni israeliane. Anche se vincesse la nuova coalizione guidata da Gantz e Lapid, i due aspiranti premier potrebbero non aver la maggioranza assoluta. E quindi per formare un Governo dovrebbero venir a patti con qualcuno. Forse anche con Netanyahu. Oppure rinunciare al mandato.

Nel 2009 Tzipi Livni, la leader del partito di centro Kadima, aveva vinto le elezioni. Eppure, non avendo ottenuto la maggioranza assoluta, aveva dovuto rinunciare all’incarico perché incapace di trovare le giuste alleanze per formare un governo. Ne aveva approfittato Netanyahu (il Likud era arrivato secondo con un seggio di meno) che, grazie all’alleanza con Yisrael Beiteinu, aveva dato alla luce un governo di unità nazionale.

In certi periodi storici, nella politica israeliana i colpi di scena sono un appuntamento ricorrente.

FONTE: Il Sole 24 Ore

Posted in: Estero, Politica

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