Giallo sulla figlia dell’ex ambasciatore nordcoreano, offensiva M5S. Ma Salvini: competenza della Farnesina

Si gioca sulla sorte (misteriosa) della figlia minorenne dell’ex ambasciatore nordcoreano Jo Song-gil l’ennesimo scontro tra M5S e la Lega. Anzi, tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Con i grillini intenzionati a far pagare al ministro dell’Interno il prezzo di quel no al processo per il caso Diciotti che ha spaccato il Movimento. E rischia di fargli perdere altri voti.

Accade infatti che appena lette le dichiarazioni dell’ex vice ambasciatore a Londra, Thae Yog-ho, disertore come Jo Song-gil («la ragazza è stata rimpatriata con la forza in Corea del Nord») e senza attendere la versione della Farnesina, i 5Stelle imbracciano l’artiglieria. L’occasione è ghiotta per mettere in difficoltà Salvini: 007 stranieri che agiscono indisturbati a Roma, sovranità nazionale violata, sicurezza a rischio, diritti umani calpestati. Così, senza aspettare alcuna conferma ufficiale, scatta l’assalto pentastellato al ministro dell’Interno.

Comincia la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni: «Episodio gravissimo. Salvini venga a riferire in aula quanto prima». La Spadoni è vicina a Roberto Fico, leader dell’ala ortodossa del Movimento. E al Viminale fanno spallucce. Poi interviene il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, che ricorre a un paragone inquietante: «Quando avvenne una cosa simile, ovvero il famoso caso Shalabayeva, andai in Kazakistan per incontrarla e capire cosa fosse accaduto e appurammo responsabilità dirette dell’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano». Anche in questo caso, visto che Di Stefano è amico di Alessandro Di Battista, al Viminale non scatta l’allarme. Salvini è ormai abituato alla guerra per bande che imperversa nel Movimento, ancora più aspra dopo il no al suo processo per evitare la crisi di governo.

Poi, però, scendono in campo ben 5 parlamentari grillini (Pino Cabras, Emilio Carelli, Sabrina De Carlo, Iolanda Di Stasio e Yana Ehm) del Comitato per i diritti umani della Camera, per dire: «Salvini deve riferire sul rapimento e sul rimpatrio della figlia minorenne dell’ex ambasciatore nordcoreano perché, se confermato, sarebbe di estrema gravità». Per avvertire: «Dobbiamo garantire ai cittadini presenti sul nostro territorio la tutela della loro incolumità». E se si muove un drappello compatto di grillini, per forza dietro all’assalto c’è l’ordine di Di Maio. E qui scatta l’allarme al Viminale, dove si parla di un Movimento «nervoso», deciso a «polemizzare». Una «linea fastidiosa», confermata dalla nota di un altro grillino, Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali, che non trova di meglio che prendersela con Salvini per lo sgombero («non avvenuto») del Cara di Borgo Mezzanone.

I DUBBI
A questo punto, all’ora di pranzo, arriva la nota della Farnesina che sembra chiudere il caso: «L’ambasciata nordcoreana a Roma ci ha comunicato che la figlia di Jo Song-gil aveva richiesto di tornare dai nonni nel suo Paese, vi ha fatto rientro il 14 novembre». Insomma, nessuna certezza del rapimento. Anzi. Tant’è, che anche nel Comitato dei servizi segreti si chiedono se esista davvero il caso.
Ma Di Maio non ferma l’offensiva. La prova: una dura dichiarazione del suo luogotenente a Bruxelles, Massimo Castaldo che parla di «rapimento», di «rimpatrio forzato» e, se confermato, di «fatto di gravità inaudita»: «Non è tollerabile che soggetti di un Paese straniero operino in modo indisturbato sul territorio italiano compiendo attività illegali. Il ministro dell’Interno riferisca quanto prima in Parlamento: la giovane rischia di essere imprigionata e torturata» dal regime di Kim. Segue nuova ditata negli occhi: «L’Italia non può permettersi un nuovo vergognoso caso Shalabayeva».

I VELENI
Frasi e concetti volti a insinuare il dubbio che Salvini non faccia bene il suo lavoro. Che, accecato dalla guerra ai migranti e dalla campagna elettorale in Sardegna, trascuri la sicurezza nazionale, il controllo dei territorio e calpesti i diritti umani di una minorenne. Ma neppure questa volta il leader leghista replica, parte di nuovo per l’Isola facendo sapere che «il Viminale non c’entra nulla, chiedete alla Farnesina». Un modo, garbato, per non dare peso agli attacchi e mandare a quel paese i grillini.

FONTE: Il Messaggero

Posted in: Cronaca, Politica

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