Dia, mafie puntano su giovani: «Sono linfa vitale». E Roma «è un polo di attrazione per la criminalità organizzata»

«I diversi sodalizi operanti nella Capitale e nel suo circondario» perseguono «i loro interessi illeciti attuando alleanze temporanee, funzionali sia ai traffici di stupefacenti che al riciclaggio di denaro, ottenuto anche dagli appalti pubblici».

È quanto scrive la Direzione investigativa antimafia nella Relazione sull’attività del primo semestre 2018 consegnata al Parlamento. Si tratta di interessi «che, tranne in qualche caso, come ad esempio il litorale di Ostia, non vengono perseguiti dai gruppi criminali su specifiche aree di territorio, ma si estendono in maniera trasversale, seguendo i flussi dei mercati più remunerativi». Tra l’altro, la Dia pone l’accento sulla «disponibilità, registrata in diverse attività investigative, di imprenditori e pubblici funzionari compiacenti ad aderire a richieste e comportamenti di natura corruttiva». E un focus va fatto sui giovani. «Le mafie traggono la linfa vitale necessaria a rigenerarsi in soggetti sempre più giovani, impiegati in professioni poco qualificate o senza occupazione». E così se da un lato le organizzazioni investono sempre di più su «imprenditori e liberi professionisti», dall’altro puntano ad arruolare «operai comuni» e soggetti «in attesa di occupazione» nella fascia più giovane, quella tra i 18 e i 40 anni.

Nell’analizzare il fenomeno sottolinea come le mafie, nonostante «la forte azione repressiva dello Stato», continuino ad avere una «capacità attrattiva» sulle giovani generazioni, non solo nel caso di figli di boss o di ragazzi provenienti da famiglie mafiose ma anche e soprattutto quando queste fanno parte di un bacino molto più grande di «reclutamento generale» dal quale «attingere manovalanza criminale». Un bacino che continua ad essere alimentato dalle difficili condizioni sociali del sud: il reclutamento, dice infatti la Dia, «non appare certamente disgiunto da una crisi sociale diffusa che non sembra offrire ai giovani valide alternative per una emancipazione dalla cultura mafiosa». In sostanza, le mafie riducono «sensibilmente l’iniziativa imprenditoriale lecita, approfittano dello stato di bisogno di molti giovani e speculano sulla manodopera locale, dando l’effimera sensazione di distribuire un salario (sempre minimo per generare dipendenza e senza garantire i contributi previdenziali e quindi un futuro) ai giovani impiegati al suo servizio perché privi di alternative». Concetti che i numeri esplicitano in maniera ancora più chiara: negli ultimi cinque anni non solo si sono registrati casi di mafiosi con un’età tra i 14 e i 18 anni, ma gli appartenenti alle cosche tra i 18 e i 40 anni hanno raggiunto numeri quasi uguali a quelli della fascia tra i 40 e i 65 anni e, in un caso, lo hanno anche superato (nel 2015 i denunciati e gli arrestati per 416 bis sono stati 5.437 di cui 2.792 tra i 18 e i 40 anni e 2.654 tra i 45 e i 60).

Tutte le indagini degli ultimi anni, spiegano gli investigatori, accanto ad una «modernizzazione» delle strategie criminali delle cosche, evidenziano non a caso «anche un sensibile abbassamento dell’età di iniziazione mafiosa». E portano alla luce anche un’altra serie di elementi su cui è necessario riflettere: la volontà delle nuove generazioni di affrancarsi dai vecchi boss, l’uso indiscriminato della violenza, l’ambizione di avere il giusto riconoscimento e di fare carriera all’interno delle organizzazioni. «Una trasformazione della cultura mafiosa – dice ancora il rapporto – che investe anche il linguaggio, al passo con i tempi. Non tanto rispetto ai contenuti delle comunicazioni, sempre criptiche, imperative e cariche di violenza, quanto piuttosto per gli strumenti social utilizzati, che consentono di aggregare velocemente gli affiliati al sodalizio e, allo stesso tempo, di rendere più difficoltosa l’intercettazione dei messaggi».

FONTE: Il Messaggero

Posted in: Cronaca

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