Genova 6 mesi dopo il disastro: il porto resiste, crolla il turismo

Iniziata la demolizione del ponte: la città si è rimessa in piedi – ma la percezione di emergenza continua ad allontanare i visitatori

Lo striscione è comparso l’altro ieri: «Benvenuti ai confini della zona rossa – (R)esistiamo». L’hanno agganciato davanti alle transenne sovrastate da uno dei due segmenti di viadotto sopravvissuti al disastro del 14 agosto. E basta attraversare un mini-tunnel sulla destra, per affacciarsi sul torrente Polcevera e squadrare le gru pronte a battezzare la demolizione del moncone opposto, il cui inizio sarà benedetto stamattina dal premier Giuseppe Conte e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. C’è, nelle frasi scritte alla vigilia dell’auspicata rinascita, il senso di Genova sei mesi dopo. Una città che nell’immaginario collettivo è solo l’anticamera d’un cratere; che ha registrato ripercussioni importanti sull’industria, sebbene il porto abbia drenato con dignità i primi sintomi della malattia stoppando l’escalation ma senza regredire, e sul commercio.

Ha saputo combattere re-inventandosi una viabilità alternativa, che ha rimesso in comunicazione il litorale con l’entroterra, accelerando la sponda con Roma per eliminare ciò che resta del Morandi e ristorare quasi 600 sfollati. «Il nodo – spiega Gianluca Faziola che guida Federalberghi – l’ho focalizzato l’altra sera, ho visto in tv l’asta sulle magliette dei calciatori. Si ripeteva che il ricavato sarebbe stato per la nostra popolazione colpita dagli eventi di agosto, testuale. Siamo equiparati ai terremotati e se questo ha snellito gli aiuti, dall’altro ha massacrato l’appeal». Fra Natale 2018 ed Epifania 2019 le presenze in hotel o strutture extra-alberghiere della provincia sono calate del 12% sul 2017, mille turisti in meno al giorno sebbene il capoluogo ligure fosse più che raggiungibile. Considerato che fino a luglio il trend cresceva del 5% al mese in albergo e del 20-25 nelle altre sistemazioni, il cerchio si chiude. «Il crollo – insiste Faziola – ha snaturato una vocazione progressiva, quella di città d’arte che impasta mare e cultura. Genova non è stata capace di difendersi da uno tsunami sull’immagine. E forse è accaduto perché amministratori e politici, immersi nell’interazione con il governo per tamponare le voragini logistiche, abbiano trascurato difesa e promozione dello spazio turistico».

Tra sopravvivenza e incognite la seconda fotografia-simbolo è fissata dal presidente del porto, dove a rimetterci sono stati soprattutto i camalli ovvero gli scaricatori: le giornate di lavoro tra agosto e dicembre sono diminuite quasi del 5% e l’andamento dei traffici va letto in filigrana. Se è vero che la movimentazione nei due poli del «sistema» (Genova e Savona) è in salita dell’1,7%, non si può dimenticare che fino a luglio la crescita era attestata al 4,5, e si sono incamerate meno tasse del previsto. Spiega Paolo Emilio Signorini, numero uno dell’Authority: «L’impatto c’è stato, ma abbiamo dimostrato d’essere uno snodo imprescindibile per il Paese e l’Europa. Attenzione a non considerare la strada spianata: demolizione e ricostruzione, in prospettiva boccate d’ossigeno, rappresenteranno una nuova interferenza, con blocchi non sempre programmabili su direttrici ferroviarie e non, per noi importanti».
Davanti ai militari che sbarrano l’ingresso alla zona rossa non c’è più il gazebo, trasformato in centro direzionale degli sfollati. Seicento persone suddivise fra 260 famiglie che, spiega il portavoce del comitato Franco Ravera «hanno tutte una sistemazione: 75-80 nuclei in alloggi pubblici, il resto in case private». Il contributo all’affitto, per chi lo deve pagare, dura un anno, 4-500 euro mensili a seconda dei componenti. E dal 20 gennaio sono iniziati gli accrediti per l’esproprio delle case: bonus di 81 mila euro, 1500 al metro quadro più altri 450 (sempre al metro quadro) per gli arredi forzosamente abbandonati, con qualche scaramuccia tra proprietari ed ex affittuari su chi si debba aggiudicare l’ultimo indennizzo. Ravera è obiettivo quando dice «noi abbiamo perso la casa e tenuto il lavoro, ora preoccupiamoci di chi rischia il lavoro con cui si pagava la casa». Hanno denunciato buchi di fatturato fino 50% 2.058 imprese, molti sono negozi, l’altro ieri la Giugiaro design ha annunciato la serrata: 32 dipendenti a spasso nella vallata del ponte. E il centro studi Confindustria ha scoperto che il 10% di 1.500 lavoratori dipendenti variamente distribuiti ha ammesso che dalla strage in poi ha deciso d’incrementare la spesa online, puntuale emorragia dalle casse di chi presidia il territorio. Giovanni Mondini di Confindustria Genova è il presidente e ha una ricetta chiara: «Facciamo presto a ripristinare ogni forma di normalità». Tornare alla routine sarà una rivoluzione.

FONTE: La Stampa

Posted in: Cronaca

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