Diciotti, il tribunale dei ministri: “Processate Salvini per sequestro”

La richiesta per aver impedito lo sbarco dei migranti. La replica: «Rivendico la scelta, non cambio»

Il tribunale dei ministri di Catania vuole processare il ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro di persona aggravato, per la vicenda dei 177 migranti rimasti per giorni sulla nave Diciotti prima di avere un «porto sicuro» dove sbarcare. «Ci riprovano, torno ad essere indagato per sequestro di persona e di minori, con una pena prevista da 3 a 15 anni – è la reazione di Salvini, ieri in diretta Facebook dal suo ufficio al Viminale -. Ma lo dico fin da ora, io non cambio di un centimetro la mia posizione».

Nelle 53 pagine di provvedimento che hanno trasmesso alla procura di Catania perché avanzasse al Senato richiesta di autorizzazione a procedere (cosa che il capo della procura Carmelo Zuccaro ha fatto mercoledì scorso), il presidente del tribunale Nicola La Mantia e i due giudici Sandra Levanti e Paolo Corda ricostruiscono i dodici giorni della crisi da quando, il 14 agosto, è scattato l’allarme in zona Sar maltese a quando, il 26 agosto mattina, i migranti sono finalmente scesi dalla nave della Guardia costiera italiana, rimasta ancorata nel porto di Catania da oltre cinque giorni. Per definire il comportamento del ministro, i giudici parlano di «plurime violazioni di norme internazionali e nazionali» e richiedono l’autorizzazione a procedere «per avere, nella sua qualità di ministro dell’Interno, abusando dei suoi poteri, privato della libertà personale 177 migranti di varie nazionalità». Per i tre giudici, il reato di sequestro di persona, aggravato perché «commesso da un pubblico ufficiale» e «per essere stato commesso anche in danno di minori», si sarebbe consumato tra la sera del 20 e la sera del 25 agosto, cioè nell’arco di tempo di permanenza della nave a Catania, attraccata nel molo solitamente adibito agli sbarchi di migranti ma senza autorizzazione a far scendere nessuno. Non prima di quel periodo però, nei giorni cioè in cui la Diciotti restò in attesa di disposizioni nel mare davanti a Lampedusa, cosa che aveva indotto il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio ad aprire l’inchiesta, poi passata a Palermo per competenza. Il tribunale dei ministri di Palermo aveva quindi deciso di mandare gli atti a Catania proprio perché non aveva ravvisato reati in quella fase.

A Catania, a sua volta, la Procura aveva inviato gli atti al tribunale dei ministri chiedendo, era lo scorso ottobre, l’archiviazione dell’inchiesta perché il comportamento del ministro era «giustificato dalla scelta politica, non sindacabile dal giudice penale per il principio della separazione dei poteri, di chiedere in sede europea la distribuzione dei migranti». Il tribunale dei ministri però la pensa diversamente, e dopo la camera di consiglio del 7 dicembre, scrive nella relazione di essere «chiamato a compiere una valutazione di tipo tecnico-giuridica… senza vagliare l’eventuale fine politico dell’azione criminosa», ritenendo dunque che sia un tipico «reato ministeriale» per il quale ora dovrà esprimersi il Senato. Il tribunale riconosce un «comportamento moralmente censurabile delle autorità maltesi» che si erano rifiutate di fornire il «pos» per i naufraghi della Diciotti ma dalla ricostruzione dei fatti, grazie anche alle testimonianze dei vertici del ministero e della Guardia costiera (alcune «censurate», come quella di Matteo Piantedosi, capo di gabinetto del ministro) oltre che di questore e prefetto di Catania, «la condizione di stallo che ha imposto ai migranti di rimanere confinati a bordo della nave Diciotti costituisce obiettiva conseguenza della mancata indicazione del Pos, dietro precisa direttiva del ministro dell’Interno».

FONTE: La Stampa

Posted in: Politica

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